XXVII Convegno Ricerche Templari, organizzato dalla L.A.R.T.I. a Cividate Camuno (BS) il 12 e 13 settembre




Nella giornata di sabato, la Compagnia Bianca di Milano, gruppo certificato aderente alla Corporazione Arcieri Storici Medievali gemellata con la L.A.R.T.I., ha allestito un campo di tiro e un banco didattico di arcieria storica e dato dimostrazioni di tiro militare ai congressisti

L'ARCIERE MEDIEVALE MILITARE IN AZIONE











Nei giorni 26 e 27 settembre, dentro e fuori la rocca quattrocentesca di Soncino, si sono affrontati due piccoli eserciti. Uno assediava la rocca, l'altro la difendeva. Ciascun esercito aveva armati, arcieri, macchine da guerra uomini e donne di supporto alle attività belliche e d'accampamento. In totale più di cento rievocatori che per due giorni si sono dati battaglia.



Un'esperienza interessante, affascinante e molto utile per mettere alla prova le diverse abilità dei partecipanti. In particolare gli arcieri hanno sperimentato l'efficacia dei tiri da e verso gli spalti, verso l'alto e verso il basso, finalizzati a fermare il nemico o a tenerlo appiattito dietro ai merli o ai mantelletti.




Per le prime immagini vai qui:









http://lacompagniabianca.leonardo.it/foto/soncino_cr_assedio_alla_rocca_26_e_27_settembre_2009/pag1/soncino_cr_assedio_alla_rocca_26_e_27_settembre_2009.html









Per chi è in Facebook qui:









http://www.facebook.com/event.php?eid=99274988826&ref=mf









Per il regolamento dell'assedio vai qui:









http://www.confraternitadeldragone.it/iniziative_assedio2009.htm
PER IL VIDEO VAI QUI:

http://www.youtube.com/watch?v=hB8kxKz_d-U


SAPOR DI MEDIOEVO - RICETTO DI CANDELO (BI) DAL 29/5 AL 2/6/2009
















Per le immagini vai qui: http://medioevo.leonardo.it/foto/sapor_di_medioevo_2009/pag1/sapor_di_medioevo_2009.html

http://lacompagniabianca.leonardo.it/foto/candelo_293031_maggio_12_giugno_2009_sapor_di_medioevo/pag1/candelo_293031_maggio_12_giugno_2009_sapor_di_medioevo.html

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Torna dal 29 maggio al 2 giugno 2009nella storica cornice del Ricetto di Candelo (BI), membro del “Club Cento Borghi più belli d’Italia”, Bandiera Arancione Touring, set del film Rai e poi Mediaset “La Freccia Nera” e di numerose trasmissioni televisive, la manifestazione biennale Sapor di Medioevo realizzata in collaborazione con Italia Medievale e con la Corporazione Arcieri Storici MedievaliAlla sua V edizione, Sapor di Medioevo offre nuovamente ai visitatori la possibilità di rivivere tutte le atmosfere e suggestioni di un borgo abitato nel pieno medioevo attraverso una rigorosa rievocazione storica.
I visitatori che varcheranno la Torre-Porta e si addentreranno all’interno delle mura si ritroveranno infatti proiettati come d’incanto nel XIV secolo. Nelle antiche rue oltre 200 figuranti daranno vita a scene di vita quotidiana, ricostruendo fedelmente azioni, suoni, rumori dell’epoca. Giocolieri e saltimbanchi, trampolieri e imbonitori, musici e giullari, danzatori e trovatori, buffoni e giocolieri, animeranno le strade con parate, concerti, “bagordi e stravaganze” per divertire e stupire i visitatori durante tutte le giornate della manifestazione. Tra dame e cavalieri, militi e popolani, pellegrini e religiosi, arcieri e balestrieri, falconieri e ronde armate, il pubblico sarà letteralmente trasportato nel 1374 quando la comunità candelese fece atto di dedizione spontanea ai Savoia.
Non solo: grazie alla trasformazione di alcune cellule del Ricetto in botteghe medievali perfettamente funzionanti sarà possibile osservare da vicino il lavoro di un cerusico, di un amanuense o di un usbergario così come avveniva secoli fa. Alla suggestione visiva si affiancherà quella enogastronomica: la manifestazione infatti non solo si inaugurerà con una cena in stile medievale (su prenotazione), ma offrirà anche ai visitatori la possibilità di assaggiare e acquistare prodotti tipici (alcuni con origini molto antiche) del biellese e del Piemonte nelle taverne sparse tra le vie, mentre nei ristoranti all’interno delle mura sarà possibile cenare a lume di candela con menù che si ispirano alle ricette medievali. Per chi invece fosse in cerca di escursioni la Pro Loco di Candelo offre ai visitatori visite guidate a piedi nei dintorni. Da non perdere il giro alle numerose dimore storiche della provincia biellese (inserite nel progetto Andar per Borghi premiato nel 2005 da Italia Medievale) dove è possibile essere ospitati in eleganti bed & breakfast.

Sapor di Medioevo è un progetto di: 
Associazione Turistica Pro Loco con la collaborazione del Comune di Candelo

Con il patrocinio diComune di Candelo, Regione Piemonte, Provincia di Biella, CCIIAA (nell'ambito del progetto"Andar per borghi, ricetti e castelli")
Direzione ArtisticaAssociazione Culturale Italia Medievale in collaborazione con la Corporazione Arcieri Storici Medievali

Con la partecipazione di:

- Sestiere Castellare di Pescia (www.sestierecastellare.it)
- Compagnia Flos et Leo (www.flosetleo.org)
- Compagnia Bianca (www.compagniabianca.it)
- Arcieri della Savoia Antica (www.corporazione.it/asa/default.htm)
- Feudalia (www.feudalia.it)
- Gilda del Loto Nero (www.gildadellotonero.it)
- Ordine del Basilisco (www.ordinedelbasilisco.com)
- Ordo Temporis (www.ordotemporis.com)
- I Gatteschi (igatteschi.weebly.com)
- Arcum Adducere (www.arcumadducere.it)
- Il Mondo nelle Ali (www.ilmondonelleali.com)
- Folet d'la Marga (www.foletdlamarga.it)
- Ensemble Galinverna (www.galinverna.com)
- Compagnia dei Ciarlatani (www.compagniadeiciarlatani.com)
- Cavalieri Erranti
- Il Dardo (ildardo.blogspot.com)
- I Dolciniani
- Arcatores-Hostunium


INFO PER IL PUBBLICO
Comune di Candelo - Ufficio Cultura
Tel. 015 2534118 – fax 015 2534112
Email: cultura.candelo@ptb.provincia.biella.it
Web: www.comune.candelo.bi.it;
Pro Loco di Candelo
Tel. 015 2536728 – fax 015 2538957
Email: prolococandelo@tin.it;
Web: www.prolococandelo.it;
Associazione Culturale Italia Medievale
Tel. 02 45329840 - fax: 02 99984796
Cell. 333 5818048
Email: info@italiamedievale.org
Web: www.italiamedievale.org

INFO PER I GIORNALISTI
Alessandro Luigi Perna
Cultura, Giornalismo & Fotografia
Tel. 0039/02/2046240
Cell. 0039/338/5953881
E-mail: aleluiper@tele2.it.

Castello in Festa, IV edizione, Legnano 16 e 17 maggio 2009









Sabato 16 e domenica 17 maggio 2009, al Castello Visconteo di Legnano (Viale Toselli), l'Associazione Culturale Italia Medievale è lieta di invitarvi alla quarta edizione di Castello in Festa.
Sul piazzale antistante l’ingresso del maniero sarà organizzato un antico mercato nel quale saranno rappresentati antichi mestieri ed antichi artigiani che esibiranno le loro merci ed i loro lavori.
Sul campo allestito dietro le mura saranno ricostruiti accampamenti di armati e tende all’interno delle quali saranno presentati ambienti tipici medievali.
Soldati in arme illustreranno le tecniche di combattimento presenteranno duelli e momenti di vita quotidiana tipici dell’epoca.
All’interno del Castello si esibiranno senza soluzione di continuità artisti che riproporranno danze spettacoli e musiche.
Anche quest’anno le contrade si sfideranno in gare di abilità e forza per contendersi l’ambito trofeo della festa.
Per tutto il week end funzionerà una hostaria medioevale appositamente allestita sotto il porticato ed infine domenica sera si potrà assistere allo spettacolare assalto al Castello e al suo incendio.
Un grandioso spettacolo di fuochi artificiali caratterizzato da effetti pirotecnici appositamente realizzati ispirandosi ai colori delle contrade cittadine concluderà l’intenso fine settimana.

Sabato dalle ore 16,30, prove di battaglia
Alle 18,00 assedio del castello con macchine da guerra
Alle ore 21,30 tiri di frecce incendiarie e lanci di palle infuocate con le macchine da guerra

Domenica alle ore 18,30:
A.D. 1176, la Battaglia di Legnano

Direzione artistica:Associazione Culturale Italia Medievale

Con la partecipazione di:
- Compagnia Bianca (http://www.compagniabianca.it/)
- Compagnia di Chiaravalle (http://www.compagniadichiaravalle.it/)
- Gilda del Loto Nero (http://www.gildadellotonero.it/)
- Ordine del Basilisco (http://www.ordinedelbasilisco.com/)
- Milites Cristi (http://www.militescristi.it/)
- Ordo Chimerae (http://www.ordochimerae.it/)
- Arcum Adducere (http://www.arcumadducere.it/)
- Ensemble Galinverna (http://www.galinverna.com/)
- Folet d'la Marga (http://www.foletdlamarga.it/)
- Convivio dei Giullari (http://www.conviviodeigiullari.com/)
- Giullari del Diavolo (http://www.giullarideldiavolo.com/)
- Ensemble Laus Veris (http://www.lausveris.it/)
- Le Arti Folli- Tempo Virtuale (http://www.tempovirtuale.it/)
- I Mercanti del Tempo (http://www.imercantideltempo.net/)

Per il video dell'evento vedi qui:
http://medievale.splinder.com/

per le immagini:

http://lacompagniabianca.leonardo.it/foto/castello_in_festa_legnano_16_e_1752009/pag1/castello_in_festa_legnano_16_e_1752009.html




LA TAVERNA MEDIEVALE






In ossequio al motto Torino non sta mai ferma, il gruppo sabaudo della Corporazione continua a innovare. Quest'anno infatti gli Arcieri della Savoia Antica approfondiranno il tema dell'ospitalità e delle locande medievali. Come al solito ricerca e renactment viaggiano di pari passo. Ecco perchè sabato 28 febbraio si è inaugurata la prima taverna medievale presso la sede della Corporazione. Inutile dire che si tratta del primo incontro nel quale si sono mossi i primi passi vagliando punti di forza e di debolezza. Il tema sarà oggetto di letture, approfondimenti e ulteriori esperimente volti a preparare un prodotto interessante da proporre nei futuri impegni pubblici del gruppo. Non sono mancati dettagli di tutto rilievo, quali il giaciglio nascosto nel quale dame di malaffare offrivano i loro servigi agli avventori, la mescita del vino, tavoloni, portate medievali, baldoria, baccano. Il vino ha tolto i freni inibitori a qualche avventore e qualche dama è stata importunata. Solo il deciso interevento del corpulento oste ha scongiurato il peggio!!
Dove è successo tutto ciò? Alla "TAVERNA DEL LEONE E DELL'AQUILA" sulla cui insegna troneggia il motto...."Hic sunt liones"!


ARMI E ARMATURE NEL MEDIOEVO


da: Francesca Zagari, Il metallo nel Medioevo, Tecniche, strutture, manufatti, Palombi editore, dicembre 2005, Roma. Appendice di Vasco La Salvia, pag. 148-152


Equipaggiamento militare: armi e armature

Per armi si intendono: cuspidi e punte di freccia, impugnature. Lance, pugnali, sax e scramasax; spade; per armature: maglie, placche di corazze, elmi e visiere, guanti o manopole, imbracciatura, scudo, umbone (310).
Questa classe comprende le armi e quei manufatti metallici che erano destinati alla difesa del soldato. Lo studio delle armi e delle armature medievali è spesso basato si fonti scritte e iconografiche e prende in considerazione spade e pugnali, armi in asta, archi, balestre, armi da fuoco e le diverse forme di decorazione (311). Generalmente, le armi vengono distinte in armi da getto e in armi da taglio. Nel primo caso si tratta dei pezzi più numerosi: sono punte o cuspidi di freccia, di forma foliata bipenni, triangolare o romboidale, appiattite, con bordi taglienti e corta gorbia. Una specifica tradizione di studi e di storia del collezionismo (soprattutto per esemplari tardomedievali) ha prodotto interessanti raccolte con taglio enciclopedico su tipologie, sviluppo e utilizzo delle armi dall’Antichità all’età moderna. Dal punto di vista archeologico, sono state studiate soprattutto le armi bianche del tardo Medioevo, di qualità intrinseca elevata, non anteriori al XV secolo e appartenenti alle principali collezioni di armi medievali (312).
La seriazione cronologica delle armi è complicata dal ridotto legame che avevano con la moda, mentre molto maggiore è il condizionamento che tali manufatti ebbero da parte della tecnica e dell’uso. Infatti la realizzazione delle armi, nell’ambito della siderurgia, costituiva una lavorazione di qualità che spesso richiedeva processi produttivi sofisticati. Tra questi, particolare rilievo assumevano la cementazione, grazie alla quale era possibile ottenere un’anima tenera e flessibile con una superficie molto dura e la damaschinatura che produceva preziose lame, estremamente flessibili e di grande impatto estetico. Lame simili a quella damaschinate vennero realizzate, come abbiamo visto, in area celtica e, tra il V e il VI secolo, soprattutto presso le popolazioni germaniche dell’Europa continentale. Nell’ambito della siderurgia medievale, per tipologia di prodotti e, a volte, per differenze tecniche, si distinguono quindi le produzioni di area bizantina, di area germanica e di area islamica. Quest’ultima annovera centri rinomati per la lavorazione del ferro, come Granata e Toledo (per le lame temprate) e Damasco (per le lama damaschinate).
Per i centri produttivi di maggiore entità, sembra cha la lavorazione delle armi sia stata realizzata in due fasi e forse da strutture diverse. All’officina altomedievale della Crypta Balbi, infatti, è stato attribuito l’assemblamento delle armi, mentre la realizzazione delle lame doveva avvenire altrove.

SEGUE………..




310. Martorelli 1999. R. Martorelli, Scheda per il materiale metallico, in Ermini Pani, Del Lungo 1999 – pp. 14-19.
311. Levy Pisetzky 1964-1969. R. Levi Pisetzky, Storia del costume in Italia, Milano 1964-1969, V volumi
312. Blair 1979. C. Blair, Enciclopedia ragionata delle armi, Milano 1979

La Compagnia Bianca al Castello Sforzesco di Milano

EVENTO ANNULLATO

Quest'anno inizia presto e alla grande la stagione per la Compagnia Bianca

Domenica 15/2/2009 saremo al Castello Sforzesco (nel fossato davanti alla torre del Filarete) con accampamento, campo di tiro, dimostrazioni di tiro militare
delle ore 12 alle ore 16.
Con gli armati della Compagnia di Chiaravalle, in collaborazione con l'A.C.I.M.

ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE SULLA PRESUNTA CORDA D’ARCO DI OTZI, L’UOMO DEL SIMILAUN di C. Casseyas

La corda ritrovata con il famoso “uomo delle nevi” è stata riprodotta e sottoposta a diversi test per verificare se poteva essere stata una corda d’arco.
1. Introduzione
Nel settembre del 1991 sulle Alpi italiane venne effettuato l’eccezionale ritrovamento di un corpo mummificato dal freddo. Venne ritrovato con la sua attrezzatura di arcieria completa, vittima di un assassinio di circa 5300 anni fa. Tra gli oggetti vi era una corda che è il soggetto di questa disanima. Venne ritrovata nella faretra insieme a quattordici frecce, punte ricavate da corna di cervo e pezzi di tendine.
La corda è stata descritta (Egg e Spindler 1992; 50) come costruita con fibra di corteccia, nella prima parte con due e poi con tre fili intrecciati. Il diametro varia da 2 a 6 mm. (ritengo che la parte del diametro di 2 mm. sia quella composta con due fili). La lunghezza, stimata, è tra 1,75 e i 2 m: (la corda non è stata sciolta).
Egg e Spindler prendono in considerazione l’ipotesi che fosse una corda d’arco. Se così è, questa dovrebbe essere stata in grado di resistere alla tensione alla quale la sottoponeva l’arco quando veniva tesa e in grado di accogliere una freccia con una cocca da 4 mm.
2. L’approccio sperimentale
E’ stata costruita una riproduzione funzionante, ricavata da strisce di corteccia di cedro (Tilia cordata) lasciate macerare in acqua per quattro settimane per separare le fibre che sono state poi intrecciate per riprodurre l’originale.
Dati tecnici:
7 fibre; lunghezza della fibra 218 cm.; larghezza da 1,5 a 2,5 mm. Lunghezza della corda: 200 cm.; peso 28 g.; diametro 5-6 mm.; tempo di produzione 31 minuti
2.2 I diversi test
2.2.1 Tensione
Questo test è stato effettuato riempiendo d’ acqua un grosso bricco legato ad una delle estremità della corda
2.2.2 Resistenza
Questo test è stato ripetuto cinque volte su pezzi di corda che venivano caricati col peso di, rispettivamente, 57, 55, 73, 53 e 57 Kg. Considerando che la corda d’arco dovrebbe essere quattro volte più robusta della forza alla quale viene sottoposta durante la tensione, la corda sarebbe stata adatta per un arco di 13,25 Kg (29 libbre).
3. Disanima
I risultati provano o contraddicono l’ipotesi che la corda fosse stata costruita per essere utilizzata come corda per l’arco?
3.1 Contesto archeologico
Otzi era sicuramente un buon arciere il cui arco faceva parte del suo equipaggiamento per la quotidiana sopravvivenza. E’ stata trovata una sola corda che poteva essere considerata una corda d’arco, quella contenuta nella faretra.
3.2: La scelta di materiali naturali
Una corda d’arco deve essere robusta e non elastica. Tra i materiali naturali le fibre vegetali sono preferibili a quelle provenienti da animali poiché sono meno elastiche e non assorbono energia. Otzi ha scelto bene utilizzando fibre vegetali, sebbene queste ultime si diversifichino in qualità e le fibre di corteccia siano molto inferiori rispetto a quelle di Cannabis (canapa), ritenute il miglior materiale naturale (Barker 1992; 251).
Perché quindi ha scelto fibre ricavate da corteccia? Una popolazione specifica può non essere consapevole di quale possa essere la scelta della fibra migliore, oppure le piante adatte possono non essere disponibili. Considerando i materiali utilizzati dalle popolazioni tribali possiamo ritenere che sia questo il caso. Gli indiani brasiliani usano fibre di palma per i loro archi lunghi (Baker 1992; 255) e portano con sé una seconda corda di riserva quando vanno a caccia poiché una corda debole si logora velocemente e facilmente si rompe. Va ricordato che la corda di Otzi non ha loop e quindi poteva essere la corda di scorta.
3.3 Aspetti tecnici della corda
3.3.1 Lunghezza della corda
Relativamente all’arco dell’uomo dei ghiacci, lungo 182,5 cm. e tenendo conto del loop, la corda doveva essere lunga almeno 195 cm., cioè 160 cm. più 20 cm per il loop e 15 cm. per il nodo di fissaggio ad una delle estremità dell’arco. La lunghezza stimata della corda trovata nella faretra è quindi vicina a quella necessaria per la corda di quell’arco.
3.3.2 L’intreccio delle fibre.
Fibre di bassa qualità necessitano di corde più grosse; ma le corde più grosse sono più fragili (vedi Baker 1992; 251); anche se utilizzare fili intrecciati separatamente consente a questi di sopportare meglio la tensione. Ciò non è stato riscontrato nella corda di Otzi.
3.3.3 Spessore della corda
La corda di Otzi è spessa e questo fatto dovrebbe ridurre la velocità della freccia; è inoltre troppo grossa per la cocca, finché la corda non sia stata messa in tensione sull’arco.
3.3.4 Tensione e resistenza
Quando la corda viene posta in tensione sull’arco si verifica una forte riduzione del diametro e la cocca della freccia può facilmente esservi inserita. Per far sì che questa corda sia adeguata, la potenza dell’arco non dovrebbe superare i 13,25 Kg (29lb.). L’arco di Otzi non era terminato cosicché non siamo in grado di misurarne con certezza la potenza. La mia ricostruzione dell’arco in legno di tasso effettuata nel 1999 segue le misure dell’originale e differisce notevolmente in potenza rispetto a quella di Paulsen (Fleckinger 2005; 79): 90 Kg (198 lb.) all’allungo di 70 cm (27,5 pollici) (la mia ricostruzione) contro i 28 Kg a 72 cm (28 pollici) (la ricostruzione di Paulsen).
Secondo Junkmanns (2001; 56) gli archi neolitici per adulti variano dai 16 ai 32 Kg. (35-70 lb.) La conclusione quindi è che questa sarebbe stata una pessima corda secondo gli standard di un arciere medievale o di un arciere moderno da tiro al bersaglio, ma il test vero è quello relativo al suo utilizzo. Ho testato la corda con 100 scoccate con un arco da 47 libbre ed altre 100 con un altro da 55 libbre; la corda non si è rotta ma si è solo un po’ consumata nelle zone soggette a frizione.
4. Conclusione
La mia conclusione è che la corda è abbastanza lunga per essere usata come corda d’arco ed avrebbe retto la tensione di un arco neolitico così come di essere adatta ad una cocca da 4 mm. La particolare scelta del materiale naturale può aver prodotto una corda d’arco di qualità inferiore, sia debole che lenta e non ideale per un arciere moderno, ma confronti etnologici dimostrano che non dovremmo rifiutarla come corda di un arco primitivo.
Bibliografia
T. Baker ‘Strings’ in S. Allely et. al. The Traditional Bowyers Bible 2, Bois d’Arc Press 1992, 99 187-258.
C. Casseyas ‘Mais où est donc la corde d’Otzi?’ Bulletin de la società royale Belge d’etudes geologiques et archéologiques “les Chercheurs de la Wallonie” XLIII, 2004, pp. 49/58
M. Egg e C: Spindler ‘Die Gletschersmumie vom Ende der Steinzeit aus den Otzaler Alpen’ Vorbericht in Jahrbuch des Romisch-Germanischen Zentralmuseums Mainz 39, 1992, p. 1
A. Fleckinger Otzi, der Mann aus dem Eis Vienne-Bolzano. 2005
tratto da:
Journal of the Society of Archer-Antiquaries, 2008, vol. 51, pag. 78-80, (traduzione di Marco Dubini).

Giochiamo, alla tastiera

Volete cimentarvi nel tiro con l'arco (o con la balestra) comodamente seduti davanti al vostro computer? Eccovi accontentati (non esagerate però).

http://www.medioevo.org/compagniabianca/giochi.htm

La Bianca Compagnia

Riportiamo il capitolo 9.4 del libro di Paolo Grillo "Cavalieri e popoli in armi – Le istituzioni militari nell’Italia medievale", appena uscito (aprile 2008) per i tipi della Laterza

La Bianca Compagnia

Come si è accennato, la pace di Brétigny, del 1360, immise sul “mercato delle armi” molti gruppi di combattenti francesi ed inglesi che fino ad allora avevano servito durante la prima fase della Guerra dei cent’anni. Questa disponibilità di uomini fu ben accolta in Italia, dove permaneva un continuo stato di tensione fra i Visconti, sempre intenzionati a estendere i propri domini, e l’eterogeneo schieramento avversario, composto da principi e città raccolti attorno al papa. Fu proprio Innocenzo VI ad arruolare un folto gruppo di militi inglesi e a inviarlo in Piemonte, nel maggio del 1361, per appoggiare il marchese Giovanni II di Monferrato contro Bernabò Visconti. Entrava così in Italia la più celebre e la più efficace delle unità mercenarie, destinata a conquistarsi una fama romanzesca, assieme all’ultimo dei suoi comandanti, John Hawkwood, più noto col nome italiano di Giovanni Acuto. La sua parabola, fra il 1361 e il 1394, illustra bene, a un tempo, l’apogeo e la crisi delle compagnie di ventura.
La Bianca Compagnia, forse soprannominata così per il colore delle armature a piastre non brunite utilizzate dai suoi cavalieri, non si distingueva per composizione dalle altre unità mercenarie. La sua componente principale era la cavalleria pesante, mentre i famosi tiratori armati di arco lungo (longbow), che si erano dimostrati molto efficaci sui campi di battaglia francesi, non erano che poche decine, destinati a compiti ausiliari. Sebbene la compagnia si considerasse inglese, e perciò si rifiutasse di combattere contro altri sudditi britannici, la sua composizione era assai eterogenea: soprattutto dopo le prime battaglie in Italia, per ripianare le perdite furono immessi molti elementi di altre nazionalità, quali tedeschi, ungheresi e italiani.
Più peculiare, rispetto alle compagini tedesche, era il modo di scendere in battaglia: sul campo, infatti, i membri della Bianca Compagnia si schieravano appiedati, in formazione serrata, evitando di lanciarsi in cariche frontali, ma conservando una significativa mobilità anche una volta scesi da cavallo. La loro passata esperienza li rendeva capaci di scegliere il terreno più favorevole per lo scontro, sfruttando al meglio gli elementi naturali. Abili e veloci, i combattenti inglesi furono anche in grado di condurre raid in città e borghi fortificati, scavalcandone nottetempo le mura con scale montabili. La compagnia non disponeva però di artiglieria e, senza poter contare sul fattore sorpresa, non era in grado di condurre operazioni d’assedio.
Soprattutto, però, la Bianca Compagnia aveva un numero di armati superiore agli avversari, poiché portava con sé pochi ausiliari, ma disponeva di molti militi, efficacemente ripartiti in unità minori in grado di operare sul campo in maniera autonoma. Nel novembre del 1361 essa contava circa 3.000 cavalieri, comandati da Albert Sterz, assistito da 17 caporali, di cui 15 erano inglesi, per la maggior parte veterani della Guerra dei cent’anni. Nel 1365, ormai agli ordini di uno di quei caporali, John Hawkwood, era cresciuta a circa 5.000 militi, divisi in 30 squadre composte ciascuna da 167 combattenti. Per tutta la sua lunga esistenza, la compagnia variò repentinamente in organizzazione e consistenza: unità minori se ne distaccarono, per poi talvolta tornare a farne parte, a seconda delle variabili fortune di Hawkwood e dei suoi rivali.
Benché non invincibile, la Bianca Compagnia guadagnò un’eccellente reputazione, sia per le capacità belliche sia per l’affidabilità dimostrata, e prestò servizio per molte delle principali potenze italiane dell’epoca, quali Firenze, i Visconti, i Carraresi e il papa. Sotto il comando di Hawkwood, infatti, essa si dimostrò abbastanza fedele ai propri committenti, portando a termine la maggior parte dei contratti. Si trattava di una virtù personale del condottiero inglese, ma anche di un segno dei tempi ormai mutati: di fronte a poteri politici ormai in corso di consolidamento, la spregiudicata politica condotta negli anni Cinquanta da Werner di Urslingen e da frà Moriale non era più né opportuna né redditizia. John Hawkwood non mancò, laddove si presentasse un’occasione particolarmente favorevole, di ricattare i suoi reclutatori o di chiedere mutamenti dei termini di pagamento pattuiti, ma evitò di tradire e di cambiar bandiera nel corso della campagna.
Hawkwood, in particolare, stabilì un rapporto privilegiato con Firenze, dove aveva investito buona parte dei suoi guadagni e alla quale tornava periodicamente a offrire i propri servigi. Quasi mai egli, anche quando era al soldo di altre potenze, si mosse contro gli interessi della città toscana e negli ultimi anni della sua vita rimase quasi ininterrottamente al suo servizio. Dal 1390 al 1392 la Bianca Compagnia costituì il nerbo della difesa contro le mire espansionistiche di Gian Galeazzo Visconti. Quando morì, proprio a Firenze nel 1394, John Hawkwood ebbe esequie solenni da parte della repubblica e, alla sua memoria, fu commissionato a Paolo Uccello il celebre monumento pittorico, ancora oggi visibile nella cattedrale di Santa Maria Maggiore.

30/6/2008

Frecce contro l'elicottero


Rio de Janeiro, 31/5/2008

Lanciano frecce per difendersi ed essere lasciati in pace. Le immagini pubblicate dal Corriere della Sera in prima pagina il 31/5/2008 sono affascinanti; ritraggono due "uomini rossi" che usciti dalla loro capanna scoccano frecce con lunghi archi in legno verso l'alto, contro l'elicottero che li sta riprendendo, sorvolandoli a bassa quota. Si tratta di una piccola tribù che vive isolata nella foresta amazzonica senza contatti con il resto del pianeta (almeno sin'ora), in una zona al confine tra Brasile e Perù. Sono indios allo stato selvaggio e l'unico modo per salvarli è quello di lasciarli in pace, o moriranno. Così dichiara Josè Carlos Meirelles, capo della missione dell'ente governativo brasiliano che li ha scoperti. "Senza una mobilitazione seria anche loro spariranno fra breve. Quando questi gruppi entrano in contatto con la civiltà ne vengono travolti, colpiti da malattie banali che per loro sono fatali. Ho deciso di rendere pubbliche le immagini di questa tribù, perchè ogni altro meccanismo per proteggerla è fallito. Questa parte dell'Amazzonia è minacciata da crimini ambientali e nessuno fa nulla di concreto. Ormai da diversi decenni la politica ufficiale del governo brasiliano è quella di studiare gli 'isolados' ma evitare il contatto, anche soltanto il primo. Non so nulla di questi uomini che abbiamo fotografato e vorrei continuare a non saperne niente. Fin quando ci riceveranno a colpi di freccia staranno bene, il giorno che diventeranno buoni e simpatici per loro sarà la fine."
tratto dal Corriere della Sera del 31/5/2008, articolo di Rocco Cotroneo americas.corriere.it
per altre immagini:
http://www.youtube.com/watch?=iqS4ipUSOU0

L'ultimo lavoro del mastro arcaio della Compagnia Bianca di Milano

Balestra a Crocco
Realizzazione: A. Conti
Tipologia: Balestra portatile, di tipologia riconducibile al XIV° secolo, con caricamento tramite gancio (crocco) fissato alla vita del balestriere.
Materiali utilizzati e caratteristiche tecniche
- Teniere in legno d’abete colorato a mordente noce e rifinito a cera;
- noce imperniata con legatura in filo;
- guanciola della noce e piastra trattenimento staffa in legno di ciliegio;
- leva di sgancio in trafilato di ferro, piegato e lavorato con lima;
- arco in legno rinforzato con tendine sul dorso e ricoperto da fasciatura in pelle di daino;
- staffa da piede, in piatto di ferro piegato e lavorato a lima;
- briglie di serraggio dell’arco e staffa in corda di canapa
- corda di lancio in lino cerato, con protezione delle zone d’usura in filaccia di canapa.
- crocco (*) realizzato in ferro battuto.
- dimensioni: lunghezza 95 cm (compresa la staffa), lunghezza arco 107 cm (42 pollici)

A. Conti
Maggio 2008

(*) Il crocco è stato ricostruito facendo riferimento ai disegni dei reperti da scavo riportati nei seguenti articoli (reperibili anche in rete):
- Reperti di armi tardo medievali da contesti archeologici friulani – Fabrizio Bressan- Archi e balestre. Un approccio storico-archeologico alle armi da tiro nella Toscana meridionale (sec.XII-XIV) – Danilo De Luca e Roberto Farinelli da Archeologia Medievale vol. XXIX - 2002

http://www.postimage.org/image.php?v=Pq1teW6J
http://www.postimage.org/image.php?v=Pq1th6iA
http://www.postimage.org/image.php?v=Pq1thKcS
http://www.postimage.org/image.php?v=aVCPE89
http://www.postimage.org/image.php?v=aVCPE89]

Un interessante lavoro di Enrico Ascani

Le ricerche, gli studi e le esperienze pratiche condotte in 15 anni sugli archi storici piemontesi visibili nei cicli pittorici dedicati a San Sebastiano nelle cappelle e chiese mediovali delle vallate e della pianura cuneese sono state raccolte e descritte dall'autore nel manuale di costruzione dell'arco storico intitolato “L'ARCO DI BALEISON”.
Il mistero sul perché della dovizia di particolari arcieristici rappresentati dal pittore itinerante Giovanni Baleison di Demonte nella cappella dedicata a San Sebastiano di Celle in Valle Maira, ha ispirato la storia intitolata “l'ARCO DIPINTO” che segue il manuale. Il racconto è fantasioso ma si sviluppa nello stesso periodo storico in cui fu eseguito l'affresco. Un periodo caratterizzato da lotte tra i Marchesato di Saluzzo e le altre forze che lo circondavano. Il tentativo è quello di far rivivere, realisticamente, le esperienze di quell'arciere - pittore che ci ha lasciato un'iconografia importantissima per lo studio dell'arcieria medioevale italiana ed in particolare piemontese.
Costo del volume € 15,00
Enrico Ascani (Savigliano, 1956) autodidatta costruttore d'archi, appassionato di arcieria storica, archeologia e arte. Collabora con il Museo Civico di Cuneo per la didattica, gli spettacoli storici e la ricerca sulle armi da getto dalla Preistoria al Medioevo. Ha collaborato con il Museo di Tenda (Francia).
E' presidente dell'associazione L'Arc che ha sede in Genola (CN). E' referente della delegazione PALEOWORKING della Provincia di Cuneo. Ha pubblicato articoli e relazioni sulle riviste “ARCO“ e “VALADOS USITANO”.
Per informazioni e ordinazioni: enricolarc@libero.it

Un triste momento

A Marco Dubini e famiglia, possano giungere da parte del consiglio direttivo tutto, le più sentite condoglianze per la scomparsa del caro papà. Un forte abbraccio.

Castello in Festa, Legnano 10 e 11 maggio 2008

Sabato 10 e domenica 11 maggio 2008, al Castello Visconteo di Legnano (Viale R. Toselli, 25), sarà ricostruito un borgo medioevale. Sul piazzale antistante l’ingresso sarà organizzato un antico mercato nel quale saranno rappresentati antichi mestieri ed antichi artigiani che esibiranno le loro merci ed i loro lavori. Sul campo allestito dietro le mura saranno ricostruiti accampamenti di armati e tende all’interno delle quali saranno presentati ambienti tipici medievali. Soldati in arme e arcieri illustreranno le tecniche di combattimento, presenteranno duelli e momenti di vita quotidiana tipici dell’epoca. All’interno del Castello si esibiranno senza soluzione di continuità artisti che riproporranno danze spettacoli e musiche. Anche quest’anno le contrade si sfideranno in gare di abilità e forza per contendersi l’ambito trofeo della festa. Sabato sera si potrà assistere alla cerimonia di iscrizione delle contrade al Palio. Per tutto il week end funzionerà una hostaria medioevale appositamente allestita sotto il porticato ed infine domenica sera si potrà assistere allo spettacolare assalto al Castello e al suo incendio. Un grandioso spettacolo di fuochi artificiali caratterizzato da effetti pirotecnici appositamente realizzati ispirandosi ai colori delle contrade cittadine concluderà l’intenso fine settimana.
Con la partecipazione di:
L’ARME, LE DAME E I CAVALIERI
LE ARTI FOLLI
TEMPO VIRTUALE
ARS LECCO
MANSIO TEMPLI PARMENSIS
ASSOCIAZIONE PORTA SANCTI URSI
COMPAGNIA BIANCA
COMPAGNIA DI CHIARAVALLE
DINO & ANNA FALCONIERI
FLOS ET LEO
ORDINE DEL BASILISCO
LUPANARE DELLA COMMENDA
COMPAGNIA LA GIOSTRA
ATMO
MERCANTI NEL TEMPO
SESTIERE CASTELLARE DI PESCIA
I CAVALIERI DELL’IMPERATORE

Direzione Artistica: Associazione Culturale Italia Medievale

In rete le immagini della battaglia qui:

Regal Torino 2008

Non poteva mancare, come antipasto di inizio, la partecipazione della Savoia Antica alla prestigiosa manifestazione Regal Torino ( http://www.regaltorino.com/htm/rievocazione.htm ). La kermesse si conferma punto di riferimento per i sempre più selezionati gruppi storici militari con crescente interesse del pubblico sempre più folto e numeroso nonostante il costo del ticket di ingresso. Che dire? Se il buongiorno si vede dal mattino........il 2008 sarà un anno particolarmente brillante per la Corporazione e per i gruppi certificati della stessa!

Buon 2008!

Questo 2007 che sta per finire, è stato un anno che ha visto la Corporazione Arcieri Storici Medievali impegnata in una grande trasformazione organizzativa. Molti erano gli obiettivi da raggiungere, e molti i cambiamenti che il consiglio direttivo, vecchio e nuovo, doveva concretizzare e consolidare (in quanto iniziati già nel 2006).
Pertanto, non si può che fare un bilancio più che positivo visto quanto realizzato, e augurarci un 2008 altrettanto denso di soddisfazioni per tutti noi.
Auguro a tutti gli iscritti e simpatizzanti del nostro sodalizio, tanta felicità, serenità e salute!

Il Presidente

APPUNTAMENTO DI FINE ANNO






Sempre più numerosi i partecipanti alla tradizionale cena di fine anno organizzata dalla Savoia Antica ed estesa a tutti gli iscritti alla Corporazione e ai gruppi storici più significativi. Imperativo il rigore storico sia nell'abbigliamento sia nell'allestimento della tavola e sia nei piatti individuati che hanno viste dame e messeri fortemente impegnate nella preparazione di ricette tipiche del periodo medievale. Unico problema lo spazio: sempre più affollata la sala che è ormai stretta per gli oltre 30 partecipanti!

La serata è stata allietata da interventi dei partecipanti e da una curiosa introduzione di Marco Leone su un particolarità interdisciplinare che tocca parecchie epoche storiche. I "SATOR". Cosa sono? I partecipanti alla cena ora li conoscono bene. Gli altri? Partecipino alle conferenze 2008!!

Scuola di tiro della Compagnia Bianca di Milano


Termina domenica 18/11/2007 la prima sessione del corso di tiro. Sono aperte le iscrizioni alla seconda sessione che inizierà il 16 dicembre. Nell'immagine arcieri del corso e arcieri già esperti in addestramento al tiro da battaglia.

Due belle immagini di arcieri (e balestrieri) medievali militari

Ricetto di Candelo, 3/6/2007
Legnano, 13/5/2007

Ricordi di un piccolo arciere

Cari amici, vorrei raccontarvi la storia di un piccolo arciere e, in particolare, di una vicenda molto importante per la sua vita.
Il 3 ottobre 1997 il nostro piccolo arciere, soli 13 anni, parte per Roma con i suoi “compagni d’armi” e la sua famiglia. A Roma lo attende la sua prima rievocazione medioevale lontano da casa e ciò, potrete immaginare, lo rende entusiasta e ansioso. Ma questo è solo l’inizio, l’evento più importante e indimenticabile per la sua vita lo attende il giorno dopo. Infatti, finito il momento medioevale l’allegra comitiva ostunese, insieme agli amici torinesi, parte alla volta di Norcia dove ad aspettarli c’è, oltre al terremoto, una bella mangiata di tartufo e salmone. La notte non fu molto tranquilla, il terremoto si faceva sentire, ma il mattino seguente fu spettacolare e soprattutto indimenticabile. Quella mattina, 4 ottobre 1997, sulle sponde del Nera, nacque la Corporazione Arcieri Storici Medioevali e quel piccolo arciere era tra i fondatori e pieno di orgoglio, emozione e soddisfazione pose anch’egli la sua timida firma.
Avrete sicuramente capito chi è quel piccolo arciere, sono passati ormai 10 anni da quel giorno ma è per me come se fosse ieri.
Con questa testimonianza voglio congratularmi con tutti coloro che sin dall’inizio hanno creduto in questa corporazione e che ancora si prodigano nel diffondere la cultura medioevale.

Grazie a tutti.

Paride

Appuntamento il 24 novembre con la cucina medievale

E' fissata per il prossimo 24 novembre l'annuale kermesse gastronomica che vede impegnate dame e volontari nella preparazione di piatti tipici del medioevo. La cena si terrà presso la sede della Corporazione. Alla stessa sono ammessi tutti gli iscritti!
Sono iniziati con l'autunno i corsi di tiro della Compagnia Bianca di Milano. Il primo corso è iniziato il 21/10 presso il campo di tiro in Via San Dionigi, 77 e terminerà dopo 4 lezioni. Subito dopo partirà il secondo e, meteo permettendo, il terzo, fino a marzo 2008. Da aprile riprendono le attività pubbliche con, ci auguriamo, nuovi arcieri.

Dovevate vederli!








Si è conclusa con la stesura di un nuovo capitolo della lunga storia della Corporazione la manifestazione tenutasi il 13 ottobre a Torino. Gli Arcieri della Savoia Antica, in rappresentanza del sodalizio nazionale e per conto della Provincia e della Pro Loco di Torino sono stati scelti per il periodo 1100 - 1300. Incredibili i numeri della kermesse: 640 figuranti, migliaia di spettatori, centro storico di Torino di fatto congestionato! Alla riuscita di questa manifestazione hanno contribuito eventi di particolare spessore che hanno richiamato sulla piazza numerosi visitatori da tutta Italia: la riapertura della reggia di Venaria e l'inaugurazione del restaurato "Caval 'd Brons" nella storica piazza San Carlo. Il corteo, aperto proprio dagli "Arcieri della Savoia Antica" (che onore!!) si è snodato per tutto il centro storico percorrendo un importante itinerario: partiti dal Palazzo Reale di piazza Castello, i figuranti hanno percorso la Via Roma, Piazza San Carlo, Via Maria Vittoria, Piazza Carignano (sede dello storico parlamento italiano), Via Pò. La sfilata è terminata in piazza Vittorio Veneto. Qui nell'importante palco allestito è stata fatta la presentazione di ogni gruppo. La sera, alle 21.30, è stata data la possibilità ad alcuni gruppi di presentare una propria esibizione proprio sul palco di piazza Vittorio. Dopo una bella presentazione, da parte degli organizzatori, delle attività della Corporazione, gli "Arcieri della Savoia Antica" hanno inscenato una graziosa raffigurazione dell'esdebitamento di Vittorio Amedeo IV nei confronti della locale signoria (gli stessi organizzatori!). L'esdebitamento per "..gli ottimi servigi ricevuti e l'eccelsa accoglienza..." è avvenuto mediante consegna di alcune monete in rame e in argento coniate in diretta. Fortissimo il coinvolgimento dei numerosi spettatori ai quali era stata consegnata in via preventiva una breve guida sulla storia della moneta sabauda del 1233 - 1253, redatta dagli stessi "Arcieri della Savoia Antica". Alla fine della scena, urlo di guerra degli Arcieri ai quali ha eco, in accoglimento della richiesta del Comandante della Reale Guardia di Savoia, un "...caldo, sentito, fragoroso e prolungato applauso..." .
Ancora una volta sono salvi i principi della Corporazione: coinvolgimento del pubblico, ricerca .....e reciproco divertimento!!!

WAR BOW: L’ARCO DA GUERRA INGLESE DEL MEDIOEVO

Il mastro arcaio della Compagnia Bianca ha prodotto un interessante contributo sull'argomento dell'arco da guerra.
Cliccare per credere:
http://www.medioevo.org/compagniabianca/contributi/warbow.pdf

Appuntamento a Torino sabato 13 ottobre

Si, avete letto bene. La Corporazione Arcieri Storici Medievali - grazie agli importanti apporti dei gruppi certificati - è sempre più presente nelle manifestazioni di alta risonanza. E' il caso dell'evento organizzato dalla Provincia di Torino in collaborazione con tutte le pro loco della provincia alle quali viene richiesta una adeguata rappresentanza per il tramite di gruppi storici per così dire..High Level.
Neanche a dirlo, per la Città di Torino, nella quale si terrà la famosa sfilata riservata ai gruppi storici, è stata scelta la Corporazione e il gruppo della Savoia Antica. Non serve aggiungere altro!...

I COLORI DELLA SAVOIA ANTICA


I COLORI DELLA SAVOIA ANTICA.

Come ogni famiglia nobile e antica anche i Savoia avevano il loro stemma, cosicché tutti li potessero riconoscere facilmente.

L'arma di Casa Savoia portava nel 1217 l'Aquila di una sola testa, nera in campo d'oro.

Consevrata da Pietro II ("Il piccolo Carlo Magno" (Susa, 1203 - Pierre Chatel, 28/5/1268). ed alternata alla nuova insegna da questi inaugurata (croce bianca in campo rosso) fu sostituita con l'Aquila imperiale bicipite da Filippo I ("Gonfaloniere della Santa Chiesa" Nato ad Aiguebelle nel 1207, Vescovo di Lione, regnò dal 1268 al 1285 anno della morte a Roussillon-en-Bugey o al castello della Rochette il 16/8/1285).

Nel 1285 Amedeo V "Il Grande" (Bourget, 1249 - Avignone, 1323) riassunse la croce bianca in campo rosso.

La croce bianca, da allora divenuta emblematica e caratterizzante della Famiglia, ispirò i celebri versi ”Bianca croce dei Savoia ......” al Carducci.


Secondo Jean d’Orville, detto il Cabaret, sul primo stemma di Casa Savoia c'era un'aquila nera in campo oro, dono dell'Imperatore al suo fedele scudiero Beroldo; solo dopo la seconda crociata, di Amedeo III e di Luigi VII di Francia, Casa Savoia ha utilizzato l'emblema con una croce bianca in campo rosso.

In realtà l’origine dei Savoia è sconosciuta. Secondo i cronisti medioevali (Jean d’Orville, XV secolo) la dinastia era discendente dall’Imperatore Ottone II, tramite un suo fantomatico nipote Beroldo. Successivamente gli storici Botero, Monod e Guicheron (XVII secolo) preferirono l’ascendenza sassone, considerando padre del primo Conte sabaudo un Beroldo, discendente da Witichindo Re dei Sassoni. Sia nel primo e sia nel secondo caso il presunto conte Beroldo è frutto della fantasia degli autori. Con l’avvento della politica italiana della dinastia fu cambiata anche l’ascendenza, che da tedesca diventa nazionale. Napione (XVIII secolo) e Cibrario (XIX secolo) credono Umberto I di Savoia nipote di Berengario II Re d’Italia e lo indicano come figlio del Conte Palatino di Borgogna Ottone Guglielmo. Quest’ultima ipotesi fu accettata fino agli inizi del secolo XX. Se non discendenti diretti di Berengario II erano almeno considerati aggregati, in qualche maniera, alla stirpe anscarica. Agli inizi del XX secolo lo storico de Manteyer propose l’ipotesi carolingia: Umberto I come figlio di un fantomatico Umberto I (vivente nel 978) e discendente in linea femminile da Tiberga di Provenza, a sua volta figlia di Berta di Lotaringia (figlia del Re Lotario II) e di Tibaldo Conte di Provenza. Il collegamento carolingio ebbe, con alcune sfumature e distinzioni, ampia fortuna e fu appoggiato da studiosi come Baudi di Vesme, Gabotto e Previté Orton. Alla luce di nuove ricerche, la tesi del de Manteyer è stata scartata, in specie dopo gli studi del Cognasso e della Regina Maria José d’Italia, che tendono a ridimensionare l’importanza dei primi personaggi noti. Comunque sia la casata era di origine borgognona di classe cavalleresca, certamente legata alla corte d’Arles.

Storie e leggende sulle origini di Casa Savoia.

Sulle origini di Casa Savoia sono apparse nel corso dei secoli, a volte su incarico del sovrano e per sostenere una tesi politicamente conveniente, diverse interpretazioni. Questa prassi, del resto, fu adottata fin dall'antichità anche da molte altre dinastie illustri.

Occupandoci del primo stemma di Casa Savoia a noi interessa soprattutto la tesi sassone:

La tesi sassone

Secondo la moda del tempo, che spingeva i monarchi più importanti a ricercare le origini della propria stirpe, Amedeo VIII " il pacifico" (1398-1434) incaricò Jean d’Orville, detto il Cabaret di scrivere la storia della dinastia. Il D'Orville si mise al lavoro e ricostruì la storia dei Savoia facendola risalire a Beroldo, personaggio le cui gesta appaiono più frutto della fantasia che di ricerche storiche.

Amedeo VIII diede l'incarico di scrivere (o inventare?) la storia della famiglia attribuendole un'origine Sassone, forse per ottenere un elettorato del Sacro Romano Impero, origine che sarà avallata, sempre per motivi di convenienza politica, anche da Emanuele Filiberto, da Carlo Emanuele I e dai loro successori.

Secondo la fantasiosa versione del Cabaret, il vero capostipite dei Savoia fu Beroldo, duca di Sassonia, discendente di Vitichindo che difese la patria contro Carlo Magno, valoroso cavaliere (e nipote) dell'Imperatore Ottone III. Da Beroldo discenderebbe il Biancamano. Amedeo VIII, che aspirava alla carica di grande elettore era più conveniente discendere da una stirpe sassone che da una italiana.

"Dopo varie peripezie il nostro eroe, ricevette l’incarico di andare a palazzo a prendere un anello che l’imperatore aveva dimenticato sotto il guanciale. Dopo aver cavalcato tutta la notte, Beroldo entrò nella stanza dell'imperatrice, che era ancora a letto, infilò la mano sotto il guanciale e sentì una barba ispida. L'imperatrice tentò di giustificarsi dicendo che si trattava di un'ancella piuttosto pelosa in volto che era lì per tenerle compagnia, ma Beroldo non si lasciò imbrogliare. Uccise l’imperatrice infedele e il suo amante, tornò dal suo signore e gli raccontò tutto.

L'imperatore non poté premiarlo subito, dato il rango della defunta consorte ma dopo qualche anno di esilio e altre valorose imprese il nostro eroe fu finalmente premiato e divenne il signore delle vie di Francia."

Le vicende che portarono all'emblema con una croce bianca in campo rosso sono raccontate in modo alquanto fantasioso sempre dal D’Orville, preoccupato più di far piacere al suo padrone e di dimostrare la discendenza sassone della stirpe che di rispettare la verità…...

.

"Il re di Francia, convinto da san Bernardo a partecipare alla crociata, si stava organizzando con una prudente calma (se la prendeva comoda). Il Papa e l'Imperatore decisero di stringere un po' i tempi ed affidarono un'armata al conte di Savoia Amé III (Amedeo III, "Conte Crociato", 1109-1148 Celebre guerriero, si dice che fu il primo Savoia ad utilizzare il titolo di conte del Sacro Romano Impero ) incaricandolo di andare in avanscoperta Quest'ultimo s'imbarcò e giunse a Rodi dove venne a sapere dal Gran Maestro dei Cavalieri dell'isola che una importante città cristiana era assediata dai Saraceni e rischiava di cadere in loro mano. Senza attendere il re di Francia Savoiardi e Cavalieri di Rodi veleggiarono verso la Terra Santa. Poco dopo la partenza incontrarono la flotta nemica ed ingaggiarono una furibonda battaglia in cui perse subito la vita il gran maestro.
I Cavalieri, forse per non perdere coraggio, chiesero ad Amedeo d'indossare la tunica del loro gran maestro defunto; egli accettò di buon grado.

Dopo una furiosa battaglia i Saraceni furono sconfitti e la città fu salvata. La notizia si diffuse presto in tutto il mondo cristiano e il re di Francia fu più sollecito nei suoi preparativi.

Il nuovo gran maestro disse ad Amedeo che, se voleva, poteva continuare a portare i colori di cavaliere di Rodi in ricordo della vittoria. Ma il Conte, la cui famiglia aveva ricevuto dall'Imperatore il precedente stemma: aquila nera in campo oro, non si sentiva di adottare lo stemma dei cavalieri senza prima aver ottenuto il permesso imperiale. Tornato a Roma chiese all'Imperatore se poteva indossare la croce bianca in campo rosso dei Cavalieri di Rodi.

L'imperatore, che gli era riconoscente per il coraggio dimostrato, l'autorizzò e, per otto secoli, questo fu l'emblema dei Savoia.

Sicuramente diversa la cruda realtà storica…..

Amedeo alla crociata

Il Papa Eugenio III, in fuga a Lione ai tempi di Arnaldo da Brescia, attraversò i possedimenti di Amedeo, che volle accompagnarlo personalmente attraverso il Moncenisio e la Moriana.

Di solito il passaggio di un potente attraverso le vie di Francia era fonte di ricchezza o privilegi. Quell'incontro, invece, cambiò la vita e il destino del Conte di Savoia riducendo lui e la sua famiglia quasi sul lastrico.

Non si sa se perché affascinato dal papa o per profonde convinzioni religiose o, piuttosto, per opportunismo politico, il conte decise di partecipare alla II crociata, (chiesta a gran voce da Bernardo di Chiaravalle), con numerosi Signori savoiardi e a fianco di suo nipote Luigi VII.

Un'impresa del genere aveva un costo altissimo, ma poteva anche fruttare molto, Amedeo si fece prestare soldi e uomini dai signori e dai vescovi del suo feudo, in particolare dall'abate di San Giusto di Susa, che, in cambio di 11000 soldi ottenne i diritti sulle acque della dora e mezza dozzina di borghi della media valle di Susa.

Partì con sei - settecento uomini armati di tutto punto. Non si distinse per abilità e riuscì a farsi disprezzare dagli altri comandanti.

Nel viaggio da Bisanzio alla costa del mediterraneo, dove navi greche avrebbero dovuto portare i crociati a Cipro l'avanguardia (incarico di fiducia: dall'avanguardia dipende la vita di tutti), fu affidata a lui e Geffroy di Rancogne, i due litigavano continuamente e con la loro scarsa collaborazione misero a repentaglio degli attacchi mussulmani il grosso della spedizione. Questo fatto suscitò gravi perdite e procurò loro la sfiducia e il disprezzo degli altri capi.

Qualche tempo dopo Amedeo morì, forse per malattia, forse per la prostrazione e le fatiche, mentre tentava di raggiungere Cipro. I sabaudi continuarono l'impresa con Luigi VII attraversando la Siria fino a Damasco, dove furono duramente sconfitti. Solo qualche decina di sabaudi rientrò in patria.

Amedeo III è sepolto a Nicosia.

Bibliografia Web:

http://www.sardimpex.com/savoia/savoia1.htm

http://mpgigi.altervista.org/index.htm

http://web.tiscali.it/ARALDICA/aquila7.htm

Minischeda ASA01 – I colori della Savoia Antica



Ricerca effettuata da Piero e Loriana


La battaglia di Crécy (1346).

La battaglia di Crécy si inserisce all’interno della guerra dei Cent’anni.
Nel 1330 la Gran Bretagna era ancora divisa in Inghilterra e Scozia, mentre la Francia era assai diversa da quella
attuale. In particolare, la regione di Aquitania, pur facendo parte del Regno di Francia, era retta dal Re d’Inghilterra,
Edoardo III, che era quindi teoricamente un vassallo del Re di Francia, Filippo VI.
L’Aquitania si estendeva nell’ovest della Francia, e la sua importanza era legata al fatto che all’interno dei suoi domini
si trovava praticamente tutta la costa occidentale del paese: era quindi una delle tappe obbligate del commercio navale
europeo
Nel maggio del 1337, Filippo VI decise di confiscare ad Edoardo III l’Aquitania. Il gesto fu il frutto di decenni di
scontro tra le tendenze espansionistiche inglesi e i tentativi di riassorbimento dell’Aquitania da parte dei francesi.
Edoardo III, tuttavia, non consegnò la regione ai francesi, anzi: sfruttando la discendenza di sua nonna Isabella dai
Capetingi, dichiarò di essere il legittimo erede al trono di Francia, e a novembre una prima armata inglese sbarcò nelle
Fiandre. Fu l’inizio di una guerra che, agli occhi della gente, sembrava essere destinata a concludersi in breve tempo
con una schiacciante vittoria dei Francesi, che potevano contare sulla superiorità numerica e sulla migliore conoscenza
del territorio.
Chiaramente, la “vicenda Aquitania” fu sfruttata come pretesto da Edoardo III, e in effetti persino la pretesa al trono del
Re, una volta cominciata la Guerra, fu presto dimenticata: la Guerra dei Cent’Anni, in effetti, fu combattuta per
prestigio: ritirarsi e accettare la sconfitta avrebbe significato ammettere l’inferiorità rispetto al nemico, cosa che nessun
Re, inglese o francese che fosse, avrebbe mai accettato di fare!
La Francia disponeva di un grande esercito, e le sue unità caratteristiche erano la cavalleria, costituita dai nobili
francesi, e i corpi di balestrieri genovesi, ingaggiati da Filippo VI per fornire supporto alla potente cavalleria di Francia.
Proprio quando i francesi sembravano più forti, Edoardo III sbarcò in Francia alla testa di un nuovo piccolo ma
agguerrito esercito. Dopo aver saccheggiato Caen e assediato inutilmente Rouen, Edoardo e i suoi diecimila uomini si
diressero a Crécy, braccato da Filippo VI. I soldati di entrambi gli schieramenti si stancarono di quella fugainseguimento,
e l’esercito inglese si accampò su di un’altura vicino Crécy. Era il 26 agosto 1346.
Si fronteggiavano 12000-13000 inglesi, di cui 5000-6000 arcieri e 36000-40000 francesi.
“Verso le quattro del pomeriggio un grido della sentinella nel mulino fece rivolgere l’attenzione di tutti verso la valle:
era l’avanguardia francese che avanzava ad andatura moderata, con gli stendardi e i pennoni che luccicavano alla luce
del sole, la grande Orifiamma sventolante, segno della lotta senza quartiere contro i nemici della Francia. […]
Mentre i ranghi francesi disposti in tre blocchi erano giunti nella zona d’avvistamento degli inglesi e si stavano
allineando con calma sulla collina, il sangue caldo della nobiltà francese stava ribollendo.
Mentre i francesi si riversavano in avanti e cominciavano a confluire su di un fronte, si levò su entrambi gli eserciti un
grande stormo di corvi, segnale di tempesta.
Il re Filippo, resosi conto che non poteva tenere a bada la sua schiera gridò improvvisamente ai suoi ufficiali: “Mandate
avanti i balestrieri genovesi e lasciate che la battaglia inizi, nel nome di Dio e di San Denis”.
Le nuvole nere e minacciose dominavano Crécy e di lì a poco scoppiò una pioggia torrenziale.
Mentre crepitavano i tuoni e pioveva a dirotto, le migliaia di uomini che erano lì per combattere si stavano bagnando
fino al midollo, e l’acqua colava lungo il collo, sotto l’armatura di maglia, inzuppando le loro giacche di pelle ed
inzuppando gli stendardi.
Gli arcieri inglesi scaricarono gli archi e arrotolarono le corde infilandole sotto gli elmetti per non farle bagnare.
Poi l’aria cominciò a diventare limpida, il sole riprese a splendere bello e lucente, dritto negli occhi dei francesi e alle
spalle degli inglesi.
In fondo alla valle, i genovesi cominciarono a gridare, marciando in avanti e giunti a portata di tiro si fermarono,
alzarono le balestre e tirarono, poi mentre i dardi volavano verso le linee inglesi, si fermarono ancora per ricaricare i
loro pesanti marchingegni. E’ possibile che le spesse corde attorcigliate delle balestre, lasciate lente fino al momento del
tiro, avendo assorbito l’umidità che aveva fatto seguito al sole caldo, avesse fatto sbagliare loro la mira.
Nel frattempo migliaia di longbow venivano tesi e le prime frecce tirate dagli inglesi sibilavano, curvandosi verso di
loro “così fitte che sembrava nevicasse”.
I genovesi non si aspettavano un tale attacco e vennero colpiti a centinaia e incominciarono a indietreggiare.
Molti gettarono a terra le loro armi e scapparono. Vi fu grande confusione e panico tanti erano i morti e i feriti. Quando
i nobili francesi videro quello che stava succedendo il loro sangue caldo ribollì, il conte di AleVon gridò ai suoi uomini:
”Uccidetemi questa marmaglia, uccidete, uccidete!”.
I cavalieri cavalcarono con araldico splendore nelle loro armature luccicanti, piombando alle spalle dei genovesi,
gridando e deridendoli mentre galoppavano. Durante questo attacco, gli italiani tirarono contro i francesi che si
trovavano in mezzo a loro e in mezzo a tanta confusione arrivò la prima furiosa carica contro la posizione del principe
di Galles.
In gruppi ammassati si lanciarono sul pendio contro le linee inglesi, mentre gli arcieri tiravano e tiravano e le frecce
sibilavano colpendo i bersagli. “Gli arcieri le facevano volare dappertutto, non sbagliavano un colpo ed ogni freccia
colpiva un cavallo o un uomo, trafiggendo la testa o un braccio o una gamba dei cavalieri e facendo imbizzarrire i
cavalli, alcuni si bloccarono, altri si precipitarono fuori del campo di battaglia, ed altri ancora cominciarono a
recalcitrare, ad impennarsi… I cavalieri del primo battaglione francese caddero o furono abbattuti senza neppure vedere
gli uomini che li avevano colpiti”.
Dopo qualche minuto il crinale era tappezzato di uomini ed animali caduti, ma in mezzo a loro e sopra di loro
cavalcavano i francesi che gridavano, i cavalli scartavano ed andavano alla carica, si svincolavano senza poter essere
governati, inciampavano e nitrivano mentre le frecce li trafiggevano, e le ferite si laceravano per i movimenti convulsi
provocati dal dolore e dalla paura.
Nei momenti di calma, mentre le masse di francesi si spostavano e si ricomponevano prima della carica successiva, gli
arcieri correvano avanti tra i morti per recuperare quante più frecce potevano.
Ma i francesi continuavano ad avanzare. Non potevano credere e non potevano tollerare il fatto che la loro potente
cavalleria cadesse davanti a degli uomini dalle umili origini.
Qua e là i cavalieri francesi cadevano in mezzo allo schieramento degli arcieri, i vuoti venivano sempre colmati, però
come caricavano venivano abbattuti e colpiti a morte. Spuntò la luna e le cariche dei francesi continuarono sotto la sua
fioca luce, anche se sempre con minore intensità fino alla mezzanotte. Il re Filippo, ferito in viso da una freccia, aveva
già lasciato il campo di battaglia con le guide e la sua guardia personale.
Poiché molti comandanti francesi erano morti o feriti non era rimasto nessuno in grado di dare ordini all’esercito.
Il fiore della cavalleria francese giaceva esanime sul campo di battaglia.
L’alba della domenica si presentò con una fitta nebbia e quindi era fuori questione continuare i combattimenti, ma i
gruppi incaricati di seppellire i morti scesero dal pendio, mentre i monaci e i chierici dell’abbazia di Crécy prendevano
nota dei nobili francesi che giacevano senza vita.
Quel giorno gli arcieri inglesi ebbero la loro parte di gloria. La vittoria fu ottenuta grazie ai loro tiri.
Il re Edoardo si avvicinò al Principe Nero, suo figlio e baciandolo disse: “Figlio mio, sei proprio mio figlio”. Molti altri
figli dormivano quella notte.”
Le perdite francesi e genovesi sono state stimate in circa 12000 uomini (o più, alcune fonti arrivano fino a 30000) di cui
11 Principi e 1200 cavalieri. Quelle inglesi sono state comprese tra 150 e 250 uomini.
E’ difficile fare calcoli precisi ma si stima che siano state lanciate quel giorno più di mezzo milione di frecce.
Bibliografia:
http://www.bluedragon.it/medioevo/guerra_dei_centanni.htm
R. Hardy: Longbow
http://en.wikipedia.org/wiki/Battle_of_Crecy
Minischeda ASA02 – La battaglia di Crécy (1346)


BY Piero e Loriana

Corso di tiro con l'arco in legno (longbow)

Sono aperte le iscrizioni ai corsi che si terranno a partire da domenica 21 ottobre 2007, con inizio alle ore 10 e fino alle ore 13, presso il campo di tiro della Compagnia in Via San Dionigi, 77 (zona Corvetto) a Milano con le seguenti modalità:


1) quattro lezioni di tre ore ciascuna, da tenersi il sabato o la domenica mattina

2) arco, frecce, parabraccio e bersaglio sono a cura dei maestri

3) alle lezioni possono partecipare non più di sei allievi

4) per iscriversi, o richiedere ulteriori informazioni, basta mandare una mail a m.dubini@corporazione.it indicando il nome e il numero di telefono. Sarete contattati personalmente dal maestro

5) raggiunto il numero di sei iscritti si chiuderanno le iscrizioni al primo corso. Il secondo corso inizierà al termine del primo (presumibilmente in dicembre).

www.compagniabianca.it

per il corso di tiro fotografico clicca qui:

http://lacompagniabianca.leonardo.it/foto/scuola_di_tiro_longbow/pag1/scuola_di_tiro_longbow.html

Un giorno nel medioevo

La vita quotidiana nel medioevo era scandita da ritmi completamente diversi dai nostri: immaginiamo un mondo senza orologi, con una nozione del tempo approssimativa e scandita soprattutto dall'alternarsi del giorno e della notte, dalle preghiere dei monaci che si levavano ad intervalli regolari, dal suono delle campane che segnava ogni aspetto importante della vita della comunità e di ciascuno.

Tutto era regolato dalle grandi campane della chiesa, che segnavano l'inizio della giornata e scandivano le ore della preghiera e del riposo, avvertivano dell'arrivo dei nemici o dello scoppio di un incendio suonando a distesa, annunciavano le adunanze politiche e le feste.

Il linguaggio delle campane aveva dei codici precisi: la campana della sera doveva rintoccare tre volte ed almeno tanto a lungo da dar modo ad ogni cittadino di tornare a casa, e dopo i tre rintocchi finali nessuno era più autorizzato a circolare per le strade. Allora, e solo allora, si sapeva che il giorno era finito.

Lugubri rintocchi annunciavano che qualcuno era entrato in agonia, per invitare ogni persona a pregare per l'anima del moribondo. Cinque rintocchi suonati a martello indicavano invece che bisognava spegnere accuratamente il fuoco o coprire le braci per evitare il propagarsi degli incendi, allora molto frequenti per la vicinanza gli uni agli altri degli edifici e del materiale, soprattutto legno, con cui gli stessi erano costruiti.

La divisione delle ore non era precisa né costante, né avrebbe potuto esserlo per l'assenza di strumenti meccanici: le dodici ore del giorno e della notte avevano infatti durata differente a seconda delle stagioni, e quindi le ore del giorno duravano più a lungo d'estate piuttosto che d'inverno, e viceversa quelle della notte erano più lunghe d'inverno rispetto all'estate.

Diventava quindi un serio problema stabilire l'ora in modo più o meno preciso, (cosa che comunque era sempre affidata alle campane), soprattutto quando questo aveva una valenza giuridica, come ad esempio l'appuntamento per un duello giudiziario: se uno dei contendenti non si presentava all'ora stabilita, quando si poteva davvero esser certi che l'ora era già giunta e passata?

Nel monastero le campane regolavano la vita dei monaci fra attività e preghiera, di tre ore in tre ore: a mezzanotte il mattutino, poi le laudi, la prima, la terza, la sesta (che coincideva con il nostro mezzogiorno), la nona, i vespri e compieta (le nove di sera).

La gente nel medioevo si alzava prestissimo, quando il sole non era ancora sorto, e dopo essersi lavata solo ciò che gli abiti lasciavano scoperto, e cioè il viso e le mani, andava a messa. Poi, dopo una prima colazione, ciascuno iniziava le proprie occupazioni giornaliere: le vie si animavano, gli artigiani aprivano le loro botteghe, il mercato si riempiva, di venditori e di acquirenti, di mendicanti e anche di ladri, truffatori e giocolieri.

Le vie medioevali erano sempre piene di vita, di voci, di rumori e anche di animali che vi si aggiravano indisturbati, quali oche, galline, cavalli, asini e muli, e maiali, che avevano anche la funzione di tenere pulire (immaginiamo come) le strade. Un miscuglio di odori, spesso forti, aleggiava dappertutto: il lezzo del letame fumante lasciato da cavalli e asini si mescolava all'odore acuto del pesce al mercato, a quello intenso della carne talvolta esposta troppo a lungo davanti alla bottega del macellaio, al profumo del pane appena cotto del panettiere, e ancora a quello acre dei corpi sudati e poco lavati di uomini e donne in estate e delle deiezioni umane nei fossati e nelle strade stesse, che veniva lavato via solo dalla pioggia provvidenziale.

La vita si svolgeva soprattutto all'aperto, data la ristrettezza delle abitazioni e delle botteghe, tutti si conoscevano l'un l'altro o quasi, e alla fonte e al mercato si scambiavano le notizie e i pettegolezzi su quanto accadeva in città. Per le comunicazioni ufficiali c'erano invece gli araldi che proclamavano i provvedimenti del Comune, i messi che portavano le comunicazioni della magistratura, gli strilloni e i corrieri che servivano per le comunicazioni private ai singoli cittadini.

La città medioevale era ricca di movimento lungo le vie strette e tortuose, tanto strette che talvolta non riuscivano a passare neppure i carri: infatti, a causa del progressivo crescere della popolazione all'interno delle mura, che non potevano facilmente essere allargate a causa del costo troppo alto, le case erano costrette ad addossarsi le une sulle altre, si protendevano all'esterno con loggette alla disperata ricerca di spazio, contribuendo a creare quel paesaggio così caratteristico e ricorrente negli affreschi e nelle miniature dell'epoca, e che ancora oggi, in alcune cittadine, suscita intense emozioni nel visitatore che ripercorre quelle vie.

A metà mattina c'era una seconda colazione e poi il pranzo verso l'ora sesta (mezzodì): il menù variava molto da zona a zona, data la difficoltà dei trasporti, secondo i prodotti tipici locali: il cibo ordinario dell'uomo comune era costituito da una zuppa in cui era cotto un pezzo di lardo e pane grosso, talvolta uova, e noci e aringhe in Quaresima. Ovviamente i Signori e i ricchi se la passavano meglio (si fa per dire) fra notevoli quantità di carne, soprattutto cacciagione, condita con salse molto speziate e frutti canditi, cosa che però li esponeva ai rischi di un'alimentazione squilibrata, spesso causa di serie malattie come la gotta.

Verso sera ancora un pasto, leggero, e poi a letto: si buttavano i vestiti su apposite stanghe orizzontali e in alto rispetto al pavimento per difenderli dai topo e dagli insetti, si copriva il fuoco al segnale delle campane, si sbarrava l'uscio e ci si apprestava al sonno.

Fuori le strade diventavano buie e silenziose, perché l'illuminazione pubblica non esisteva, salvo quale lumino acceso di fronte ad un'immagine sacra, e soprattutto deserte, poiché nessuno si avventurava di notte per strada se non spinto da grave necessità.

Solo le campane continuavano a scandire le ore e regolare così il sonno e la vita dei cittadini, fino al levarsi del nuovo giorno.

L. Branconi

(ref. bibl: “Storia di un giorno in una città medievale” di A. e C. Frugoni)


Rivalta e il suo castello - Domenica 23 settembre

Il comune di Rivalta, uno dei più importanti comuni della prima cintura torinese, dedica sempre più spazio, per il tramite della pro-loco e del gruppo storico "I Conti Orsini", alla riscoperta del proprio maniero, un magnifico ricetto che le cui origini data intorno all'anno mille.
Il miglior modo per far questo è il duplice coinvolgimento di attori e spettatori: da un lato gruppi filologici che sanno sapientemente mettere a frutto le ricerche effettuate, dall'altro un pubblico sempre più pronto a vivere il medioevo e non a subirlo.
L'afflusso notevole ne è stata la prova. Per quanto ovvio, gli "Arcieri della Savoia Antica" gruppo certificato della Corporazione Arcieri Storici Medievali, hanno saputo dare il meglio domenica scorsa (23 settembre) allestendo un accampamento con annesso campo di tiro. Per il solito noioso torneo? No. Per far tirare gli spettatori! (I.T.)

Arco e addestramento militare nell'esercito bizantino

L’addestramento militare, nonché tutta la teoria preparatoria al tiro con l’arco nell'esercito bizantino, si fondava sul principio secondo il quale il tiro doveva possedere tre caratteristiche principali: precisione, forza e velocità.

Nei manuali militari bizantini questi concetti venivano così ribaditi.

"Il successo nel tiro con l'arco dipende da: precisione, capacità d'offesa, abilità nel colpire a distanza, velocità e perizia nel difendere il proprio corpo.
Questi cinque punti sono i pilastri sui quali poggia l'arcieria, e il vero arciere è colui il quale li padroneggia completamente...
Se la freccia colpisse il bersaglio, ma con scarsa forza, sarebbe inefficace. Al contrario, se la freccia fosse capace di ferire ma non fosse precisa, sarebbe inutile.
Se la freccia fosse allo stesso tempo, precisa e mortale ma l'arciere non fosse capace di difendersi dal nemico, quest'ultimo lo ucciderebbe. Ancora, se l'arciere fosse preciso, capace di ferire, abile nel proteggersi, ma mancherebbe di velocità nell'esecuzione, l'arciere avversario prevarrebbe su di lui grazie ad una maggiore velocità. Infine, se le quattro condizioni elencate fossero tutte soddisfatte senza che però l'arciere si tenga ben distante dal nemico, il suo antagonista potrebbe ucciderlo. Infatti, è solo perché il tiro con l'arco può essere usato a distanza dal nemico, che è stato ritenuto come superiore alle altre tecniche di combattimento. Più grande sarà la distanza dalla quale l'arciere tira, tanto maggiore sarà il danno che potrà infliggere al nemico (con minori rischi per la propria incolumità)."

Tratto da: Amatuccio Giovanni, PERI TOXEIAS, l’arco da guerra nel mondo bizantino e tardo antico, Editrice Planetario, 1996

L'arco lungo


da: STORIA DEI POPOLI DI LINGUA INGLESE — vol. 1, Nascita dell’Inghilterra, di Winston S. Churchill — A. Mondadori Editore — 1956, pag. 293 e 294

Il popolo inglese era venuto in possesso di un’arma poderosa, i cui vantaggi erano rimasti del tutto ignoti all’estero. L’arco lungo, maneggiato dalla esperta classe degli arcieri, portò in campo un tipo di soldato-yeoman (1), con cui non v’era nulla in Europa che potesse competere. L’esercito inglese poggiava ora in parti eguali sulla cavalleria corazzata e sugli arcieri.

Il potere dell’arco lungo e l’abilità degli arcieri erano arrivati ad un punto in cui nemmeno la migliore corazza rappresentava più una sicura protezione. A duecentocinquanta metri, il colpo di freccia produceva effetti mai raggiunti entro quel raggio dai proiettili di fanteria fino alla guerra civile americana. L’arciere esperto era un soldato professionale, che riceveva e meritava un’alta paga, e andava in guerra spesso su un pony, ma sempre con un notevole trasporto per sua comodità ed una ricca dotazione di frecce. Portava con sé un robusto palo dalla punta di ferro che, piantato nel terreno, opponeva una barriera mortale ai cavalli nemici. Al suo riparo, una compagnia di arcieri in ordine aperto poteva lanciare una scarica di frecce così rapida, continua e penetrante, da render vano l’attacco della cavalleria, senza contare che, nelle schermaglie e nelle azioni di pattuglia, l’arciere esperto colpiva il bersaglio a distanze che fino allora, nella storia della guerra, non erano mai state ritenute pericolose. Di tutto ciò l’Europa continentale, e specialmente la Francia, cioè la nostra vicina più diretta, era all’oscuro. In Francia, il cavaliere corazzato ed i suoi uomini d’armi avevano a lungo sfruttato la loro posizione di predominio in guerra. I fanti che accompagnavano i loro eserciti erano considerati il tipo più basso di ausiliari. Una casta militare si era sovrapposta alla società grazie a pretese di efficienza fisica e tecnica che l’avvento dell’arco lungo doveva smentire. Le lunghe guerre dei due Edoardi nelle montagne del Galles e della Scozia avevano insegnato agli inglesi molte e dure lezioni e, sebbene di tempo in tempo i guerrieri europei vi avessero preso parte, non avevano né misurato né svelato ad altri il segreto della nuova arma. E’ perciò con un senso di superiorità assoluta che, verso la metà del secolo XIV, gli inglesi guardavano all’Europa.

(1) Contadino piccolo-proprietario con una rendita di 40 penny. Era stato Edoardo I (1272-1307) ad imporre a tutti gli yeomen l’uso dell’arco lungo, da lui scoperto durante le guerre gallesi, e l’addestramento dei figli in questo che doveva essere l’unico loro passatempo: le truppe di arcieri erano quindi essenzialmente composte da contadini esperti nel maneggiarlo, volontari o reclutati dalle contee. (N.d.T.)

A proposito di Walter Scott

Scott (1771 - 1832) è un noto scrittore del secolo scorso che introdusse la voga del romanzo storico partendo da un avvenimento preciso e utilizzando correttamente la ricerca storica per la redazione dei suo scritti.
E' con questo sistema che nel 1819 viene pubblicato uno dei più popolari romanzi storici: IVANHOE.
Ma cosa c'entra tutto questo con la Corporazione? Gustatevi il passo tratto dal romanzo e capirete come solo un'approfondita conoscenza dell'arceria storica poteva portare all'esplicitazione di dettagli tutt'altro che irrilevanti! (M.L.)

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Il principe Giovanni arrossì nel chiedere: - Come ti chiami, arciere?

Locksley, - rispose l’altro.

Ebbene, Locksley, quando questi arcieri avranno mostrato al loro abilità, tirerai a tua volta. Se riporterai il premio, io vi aggiungerò venti monete d’oro, ma se perdi sarai spogliato del tuo verde abito di Lincoln e scacciato dalla lizza a colpi di corda d’arco come un millantatore insolente.

E se mi rifiutassi di tirare a queste condizioni? – chiese l’arciere. – Il potere di Vostra Grazia, sostenuto com’è da tanti uomini d’arme, può facilmente spogliarmi e frustarmi, ma non può costringermi a tendere il mio arco.

Se tu rifiuti la mia giusta proposta, - disse il principe, - il prevosto della lizza taglierà la corda del tuo arco, spezzerà l’arco e le frecce e ti scaccerà da qui come un codardo.

Non è un giusto patto quello che mi imponete, nobile principe, - disse l’arciere: - mi costringete a competere con i migliori tiratori di Leicester e dello Staffordshire, sotto pena di infamia se essi mi superano. Tuttavia obbedirò per farvi piacere.

Tenetelo d’occhio, voi, - disse il principe ai suoi uomini d’arme. – Il cuore gli manca, e non vorrei che cercasse di fuggire alla prova. Quanto a voi, bravi ragazzi, tirate arditamente: un capriolo e una botte di vino sono pronti per ristorarvi in quella tenda quando il premio sarà vinto.

Fu posto un bersaglio all’estremità superiore del viale meridionale che conduceva alla lizza. Gli arcieri in gara andarono a turno a prendere posto all’inizio del viale; la distanza tra il bersaglio e la stazione di tiro era assai lunga e permetteva quello che era chiamato un tiro a bersaglio perduto. Gli arcieri dopo aver tratto a sorte l’ordine di precedenza, dovevano tirare tre frecce consecutive. La gara era regolata da un ufficiale inferiore chiamato prevosto delle gare, perché i marescialli di campo si sarebbero sentiti degradati se avessero dovuto sovrintendere alle prove degli arcieri.

Ad uno ad uno i contendenti si fecero avanti e tirarono bravamente. Su ventiquattro frecce, dieci si infissero nel bersaglio e le altre vi passarono così vicino che, considerata la distanza, furono considerati buoni colpi. Delle dieci frecce che avevano raggiunto il bersaglio, due infisse nel cerchio più interno erano state tirate da Uberto, un guardiacaccia al servizio di Malvoisin, che fu quindi dichiarato vincitore.

Adesso, Locksley, - disse il principe Giovanni all’ardito arciere con un tetro sorriso, - vuoi tentar la prova con Uberto o preferisci consegnare l’arco, la bandoliera e la faretra al prevosto delle gare?

In mancanza di meglio, - disse Locksley, - tenterò la fortuna a patto che quando io avrò tirato due colpi al bersaglio di Uberto, lui dovrà tirare un colpo a quello che gli proporrò io.

Questo è giusto, - rispose il principe Giovanni, - e non ti sarà rifiutato. Uberto, se vinci questo spaccone io ti empirò il corno di monete d’argento.

Un uomo non può far più del suo meglio, - rispose Uberto, - ma mio nonno tirò buoni colpi alla battaglia di Hastings, ed io spero di non fare disonore alla sua memoria.

Il bersaglio precedente fu cambiato e al suo poste ne fu messo uno nuovo delle stesse dimensioni. Uberto, che come vincitore della prova precedente aveva il diritto di tirare per primo, prese la mira con grande scrupolo misurando a lungo la distanza con l’occhio mentre teneva in mano l’arco teso con la freccia incoccata. Infine fece un passo avanti e alzando l’arco col braccio sinistro teso fino a portare il punto di impugnatura alla stessa altezza del volto e tirò la corda fino all’orecchio. La freccia sibilò nell’aria e si conficcò nell’anello più interno del bersaglio, ma non esattamente nel centro.

Non avete tenuto conto del vento, Uberto, - disse il suo rivale tendendo l’arco – altrimenti sarebbe stato un miglior colpo.

Così dicendo e senza mostrare la minima cura nel prendere la mira, Locksley mosse verso il punto di tiro e scoccò la sua freccia con tale apparente indifferenza che sembrava non aver neppure guardato il bersaglio. Quasi parlava ancora nel momento in cui la freccia lasciò la corda, e tuttavia essa si conficcò nel bersaglio due pollici più vicina di quella di Uberto al punto bianco che indicava il centro.

Per la luce del cielo! – disse il principe a Uberto, - Se permetti che questo birbante vagabondo ti superi, sei degno della forca.

Uberto aveva una sola frase per tutte le occasioni.

Se anche Vostra Altezza mi impiccasse, - disse, - un uomo non può far più del suo meglio. Tuttavia mio nonno tirò buoni colpi….

Il diavolo si porti tuo nonno e tutta la sua generazione! – lo interruppe Giovanni! – Tira, birbante, e tira meglio che puoi o guai a te!

Così incitato Uberto riprese il suo posto e non trascurando il consiglio ricevuto dal suo avversario fece il necessario calcolo del leggero vento che era sorto, e tirò così bene da mandare la sua freccia esattamente nel centro del bersaglio.

Viva Uberto! Viva Uberto! – grido il popolo che si interessava più a una persona conosciuta che a uno straniero. – Viva sempre Uberto!

Tu non puoi migliorare questo colpo, Locksley – disse il principe con un sorriso beffardo.

Potrò sempre scalfire la sua freccia, - rispose Locksley.

E tirando con un poco più di attenzione di prima mando la freccia esattamente su quella del suo competitore, che volò in schegge. La gente attorno rimase così stupita a questa meravigliosa abilità che non riusci nemmeno a esprimere la sua sorpresa con i consueti clamori. –Questo è un diavolo e non un uomo in carne e ossa, - si bisbigliavano fra loro gli arcieri; - da quando in Britannia si cominciò a tirar d’arco non si sono mai visti colpi simili.

- E adesso, - disse Locksley, - domanderò a Vostra Grazia il permesso di porre un bersaglio come si usa nelle regioni del nord e ben venga un bravo arciere che si provi a tirarvi un colpo per avere un sorriso dalla ragazza a cui si vuol bene.

Si volse per uscire dalla lizza. – Dite pure alla vostre guardie di seguirmi, - disse, - se volete. Io vado solo a tagliare un ramo dal salice più vicino.

Il principe Giovanni fece cenno ad alcuni uomini di seguirlo, caso mai volesse fuggire; ma il grido di: - Vergogna! Vergogna! – che sorse dalla folla lo indusse a rinunciare al suo poco generoso proposito. Locksley tornò quasi subito con un fusto di salice lungo circa sei piedi, perfettamente dritto e poco più grosso del pollice di un uomo. Cominciò a scortecciarlo con grande calma osservando in egual tempo che invitare un buon arciere a colpire un bersaglio grande come quello usato fino ad allora era far torto alla sua abilità. Per parte sua, aggiunse, e anche secondo quelli del suo paese, tanto sarebbe stato prendere come bersaglio la tavola rotonda di re Artù intorno alla quale stavano sessanta cavalieri. Un ragazzo di sette anni, disse, avrebbe potuto raggiungere quel bersaglio con una freccia spuntata. – Ma, - aggiunse andando all’altro capo della lizza e piantando nel suolo il ramo di salice, - chi colpisce questo ramo a cento piedi di distanza, io lo considerò un arciere degno di portare l’arco e la faretra davanti a un re, anche se fosse lo stesso re Riccardo.

Mio nonno, - disse Uberto, - tirò buoni colpi alla battaglia di Hastings, ma non tirò mai a un bersaglio simile in vita sua, e non ci tirerò nemmeno io. Se questo arciere può colpire quel ramo io mi arrendo o piuttosto mi arrendo al diavole che sta dentro i suoi panni e non a un’abilità umana; un uomo non può far più del suo meglio, e io non tiro quando sono sicuro di non colpire. Tirare a quella striscia bianca scintillante, che si vede appena, sarebbe come tirare al taglio del coltello del nostro parroco o a un filo di paglia o a un raggio di sole.

Codardo! – disse il principe Giovanni. – Messer Locksley, fa il tuo tiro; e se colpisci un tale bersaglio dirò che sei il primo uomo che è riuscito a farlo. Comunque sia, non canterai vittoria su di noi mostrando semplicemente una tua superiore abilità.

Farò del mio meglio. Come dice Uberto, - rispose Locksley, - nessun può far di più.

Così dicendo tese ancora il suo arco, ma questa volto considerò attentamente l’arma e cambiò la corda pensando che non fosse più perfettamente rotonda essendo stata deformata dalla due frecce precedenti. Poi prese la mira con grande attenzione mentre la moltitudine aspettava trattenendo il fiato. L’arciere giustificò l’opinione che si erano fatti della sua abilità: la freccia spezzò il ramo di salice contro cui era stata diretta. Seguì un clamore di acclamazioni, e perfino il principe Giovanni, entusiasmato dall’abilità di Locksley, dimenticò per un momento l’antipatia che aveva per la sua persona. – Queste venti monete d’oro – disse, - cha tu hai guadagnato insieme con il corno sono tue; e diventeranno cinquanta se vuoi prendere la nostra livrea ed entrare al nostro servizio come arciere nella nostra guardia del corpo, e stare al nostro fianco. Perché mai una mano così forte ha teso un arco né un occhio così sicuro a diretto una freccia.

Artigianato medioevale

Il 9 e 10 settembre nel centro storico di Ostuni, gli Arcatores-Hostunium hanno contribuito alla divulgazione di alcune arti antiche. Infatti, in rigoroso vestiario dell'epoca, hanno illustrato l'arte della costruzione di frecce, la realizzazione della cotta di maglia, l'intaglio del legno e la lavorazione del cuoio.
Il coinvolgimento degli astanti è stato altissimo, e questo dimostra come la gente ha piacere nel conoscere il passato, purché sia riproposto con attenzione e rigore filologico.

Re-enactment: l'arciere militare medievale in campo



Legnano, 13 maggio 2007, rievocazione della battaglia contro Federico Barbarossa

Sul n. 4/2007 di Arco (agosto-settembre), a pag 58-59, è stato pubblicato un articolo a firma Marco Dubini e Franco Faggiano relativo all'argomento di cui sopra, corredato da alcune immagini della battaglia di Legnano del maggio scorso. Lo riportiamo per intero.



Candelo: i due autori impegnati in un tiro militare


Come veniva usato l’arco nel Medioevo? Chi erano e quali caratteristiche possedevano gli arcieri medievali? Come riproporre oggi questa figura storica, una delle tante, così caratteristica del Medioevo italiano ed europeo?

Uso dell’arco nel Medioevo


Possiamo affermare che l’uso principale dell’arco nel Medioevo era l’utilizzo bellico; in secondo piano l’utilizzo venatorio; infine quello ludico. Alla base di tutto ciò l’addestramento al tiro praticato sia in luoghi militari (castelli, rocche, presidi) che in aree apposite allestite e gestite dalle autorità militari dei Comuni, delle Signorie o del feudo. Sappiamo anche che gli arcieri (spesso in battaglia, da noi, insieme ai balestrieri) provenivano dalle classi contadine o artigiane, non dalla nobiltà, che erano, (soprattutto gli arcieri) per nulla o solo leggermente corazzati, sia per motivi di disponibilità economica, sia perché l’atto della scoccata presuppone grande mobilità degli arti superiori che mal si concilia con pesanti ed ingombranti protezioni metalliche. Infine le abilità che l’arciere militare doveva avere erano quelle legate alle necessità belliche che sono così riassumibili: potenza, velocità, precisione (di tiro) e mobilità. Abilità tutte necessarie, nessuna esclusa, abilità che venivano governate dai comandanti, altra figura chiave dell’arcieria militare medievale.
In battaglia, nelle attività belliche di assedio e difesa delle mura, le abilità indicate dovevano essere impiegate con la giusta tattica ed elasticità per essere efficaci e consentire di affrontare ogni imprevisto ed ogni emergenza bellica.
Gli esempi che la storia ci ha lasciato, relativamente alle tattiche belliche degli arcieri militari, provengono soprattutto dall’Inghilterra e dalla Francia (da Hastings alla Guerra dei Cent’anni, cioè 400 anni di storia militare) ma anche nel nostro paese abbiamo numerose testimonianze, pur nella grande varietà di situazioni (assedi, battaglie campali, battaglie navali, scorrerie e saccheggi) e di diverse tipologie di archi (e balestre).

L’arciere militare oggi


Far rivivere oggi questa figura, l’arciere militare, significa perciò partire dalle caratteristiche indicate sopra, addestrando gli arcieri sia al tiro collettivo, sincrono e a comando, sia al movimento sul campo di battaglia. Lo scopo è acquisire il controllo assoluto dell’arma. Non bastano quindi le abilità legate al tiro al bersaglio (la gara), non sono nemmeno sufficienti quelle legate al tiro a comando; occorre la capacità di adattamento alle diverse situazioni tattiche che anche oggi si ripropongono nelle ricostruzioni storiche (assedi, difese e attacchi, sia in spazi aperti che in areee più ristrette) e la perfetta integrazione ed intesa tra chi comanda gli arcieri e gli arcieri stessi e tra i diversi livelli di comando che vengono definiti quando si rievoca un evento bellico. E’ poi necessaria la massima cura nell’abbigliamento, negli accessori e nelle armi per rendere credibile (e sicura, per i rievocatori ma anche e soprattutto per il pubblico spesso numerosissimo) la manifestazione, per farla divenire un evento culturale, ricco di insegnamenti e stimoli di riflessione per chi vi assiste. Quindi uniformità nell’abbigliamento legato al periodo storico di riferimento, archi rigorosamente in legno o in materiali naturali, frecce storiche protette in modo sicuro, modalità di tiro sicure per chi “riceve” le scariche di frecce (e quindi protezioni, elmi, scudi e martelletti).

L’uomo medievale


L’arciere, come figura storica, va interpretata e capita pensando e riproponendo l’uomo (e la donna) medievale. L’accampamento militare, con la sua vita, i suoi tempi, i suoi oggetti, i suoi giochi, il cibo ed il riposo, divengono un luogo concreto che è integrato all’evento bellico ed al tiro. Le figure che lo animano, non solo arcieri quindi, devono essere credibili come figure storiche medievali e divengono parte dell’evento pubblico; qui c’è spazio per tutti coloro che amano la storia e desiderano riviverla nella vita quotidiana con passione, entusiasmo e creatività, riscoprendo momenti ed atmosfere antiche, i suoni, i sapori e le voci del passato.

Studio, ricerca, sperimentazione e comunicazione


La ricerca e la sperimentazione divengono fattori chiave per chi si vuol mettere seriamente su questo terreno; ricerca storica sui testi e sugli studi, sempre più numerosi e interessanti, sperimentazione sul campo di tiro e sul campo di battaglia. Capacità di elaborare e di trasmettere la conoscenza acquisita, all’interno del gruppo di arcieri, e all’esterno verso il pubblico che assiste alle rievocazioni. Usare bene un arco in legno non è cosa semplice; tutta l’attrezzatura va ben scelta ed amorevolmente trattata affinché sia sempre pronta all’uso ed affidabile. Sono cose che si imparano col tempo, con la pratica e con la riflessione. E’ affascinante e estremamente formativo riappropriarsi concretamente di conoscenze che un tempo erano diffuse e che oggi dobbiamo faticosamente ri-acquisire. L’arciere militare non nasce con un corso di tiro, seppur ben fatto, ma dopo anni di attività e di impegno insieme ad altri arcieri che condividono la stessa passione e lo stesso spirito di ricerca. La via è lunga ma ricca di soddisfazioni, l’attività su se stessi ed insieme agli altri è piena di stimoli e densa di risultati; ed una piacevole ricompensa sono gli apprezzamenti che si ricevono dal pubblico e dagli organizzatori delle manifestazioni di rievocazione storica.

Cinque anni di esperienze sul campo


Non si parla qui di cose da farsi, ma di esperienze ormai acquisite da più di un gruppo di arcieri storici. Si parla qui di manifestazioni che da almeno 5 anni si vedono nel nostro paese e che rappresentano un percorso concreto per lo sviluppo dell’arcieria storica. Ne ricordo solo alcune: le rievocazioni alla rocca di Rossena (RE), ad Alserio-Carcano (CO), al castello di Cusago (MI), alla rocca di Soncino (CR), alla rocca normanna di Casertavecchia (CE) e, recentissima, al castello di Legnano (MI). Va poi ricordata la rievocazione dell’ottobre scorso della battaglia di Hastings (1066), in Inghilterra, evento grandioso che ha visto una nutrita partecipazione di arcieri (e armati) italiani, insieme ad arcieri francesi, tedeschi e inglesi. Altre manifestazioni sono in programma, basta dare un’occhiata ai siti dei gruppi storici indicati in coda all’articolo, ed altre ancora ne verranno. E’ iniziato un percorso, si è tracciata una strada; chi ama il Medioevo e l’arcieria storica si faccia avanti.
Siti Internet:

Marco Dubini - Franco Faggiano

Riferimenti bibliografici:

De Luca Daniele, Le armi da tiro nella rocca di Campiglia Marittima. Frecce per arco e dardi per balestre, in: Progetto “Archeologia dei paesaggi medievali”, Campiglia, un castello e il suo territorio, vol II, indagine archeologica a cura di Giovanna Bianchi, All’insegna del Giglio SaS, 2003, Biblioteca del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti, Sez. Archeologia, Università di Siena, n° 8

Hardy R., Storia civile e militare dei lunghi archi, Palutan Editrice, Varese 1994

Natati Carlo e Nives Telleri, Archi e balestre nel Medioevo, Edizioni Penne e Papiri, 2006

Oman Charles, History of the Art of War in the Middle Age, Meuthuen & Co Ltd, London 1898

Settia Aldo A., Rapine, assedi, battaglie: la guerra nel Medioevo, Laterza 2002